
Nel 1368 gli abitanti di Monticello Amiata furono colpiti da scomunica e interdetto confermati da Papa Urbano V, su richiesta dell’abate dell’Abbazia di San Salvatore. Alla base di questo provvedimento non vi fu un atto di empietà, ma una rivolta popolare contro tasse, soprusi e prevaricazioni imposte da più poteri: i monaci, i senesi e gli Aldobrandeschi. Alfio Cavoli ricostruisce la vicenda sottraendola alla lettura colpevolizzante della storiografia ecclesiastica e restituendole il senso di una ribellione maturata in un contesto di miseria e ingiustizia
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DI ALFIO CAVOLI
Nel XIV secolo, una piccola comunità dell’Amiata si trovò schiacciata tra più poteri: monaci, signori feudali e autorità cittadine. La risposta fu una ribellione che non passò inosservata e che costò agli abitanti di Monticello Amiata una delle sanzioni più dure della Chiesa: la scomunica. Ma davvero si trattò di un atto di empietà? O piuttosto di una reazione estrema a condizioni di vita insostenibili?
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