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Il gioco e i giocattoli nella tradizione popolare, maremmana e non solo

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Una riflessione sulla memoria e una rilettura del gioco nella tradizione al centro di un interessante convegno, ricco di indicazioni utili per la ricerca e l’indagine su un aspetto particolare, ma certamente non secondario, delle culture popolari – organizzato nel contesto del XIII incontro annuale “Tra Arno e Tevere” – che si è svolto recentemente a Canepina

Numerosi gli interventi che si sono succeduti nei tre giorni di convegno, utili per una riflessione sui vari aspetti che il gioco ha assunto nell’immaginario collettivo e le forme della sua rappresentazione nella letteratura e nell’iconografia, spaziando dai giochi della tradizione e della memoria, a quelli attuali, a carattere informatico e computerizzato

di Lucio Niccolai

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Si è svolto, dal 5 al 7 dicembre 2014, nella sede del Museo delle tradizioni popolari di Canepina (Vt), il XIII convegno “Tra Arno e Tevere” dedicato quest’anno a Gioco e giocattoli nelle culture popolari. Un incontro interessante, ricco di indicazioni utili per la ricerca e l’indagine su un aspetto particolare, ma certamente non secondario, delle culture popolari. Numerosi gli interventi che si sono succeduti per tre giorni sulle forme della rappresentazione del gioco nella letteratura e nell’iconografia e sui vari aspetti che ha assunto nell’immaginario collettivo.

I giochi tradizionali in Maremma
Ragionando sui giochi della tradizione viene naturale chiedersi quali fossero quelli maggiormente praticati in Maremma prima dell’invasione dei giocattoli industriali e tecnologici. «Fino a circa un secolo fa – scrive Romualdo Luzi – i bambini giocavano ancora con le noci, con nòccioli di frutta, con pezzi di legno (mazza e pizzò) e sassolini.»
La maggior parte de giocattoli tradizionali (ne ha redatto un prezioso repertorio Alessandro Giustarini) erano realizzati con materiali naturali o con scarti di oggetti di uso quotidiano e modellati direttamente dai ragazzi (anche questo faceva parte del gioco). Tra questi lo schioppo, la strombola (o fionda), la raganella, le gnacchere, le corna, il fischio di salcio o di canna, la bambola di lana, i trampoli, la trottola, il trattore, l’elica, l’arco e le frecce, il carrettino con i cuscinetti e il cavallino. Alcuni di questi erano indispensabili per essere ammessi a partecipare ai giochi di gruppo come le bande che, simulando vere e proprie battaglie, rendevano animati e rumorosi i lunghi pomeriggi paesani. Molti giochi collettivi, poi, non avevano neppure bisogno di giocattoli (come ha spiegato nella sua relazione, relativa all’area di Sorano, Angelo Biondi).
Le testimonianze letterarie che si posseggono per l’area maremmana-amiatina relativamente alle pratiche di gioco tra i ragazzi dell’inizio del secolo passato, ci propongono un quadro verosimilmente non molto dissimile da quello che apparve agli occhi di Pinocchio al momento del suo arrivo nel Paese dei balocchi: «Chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno; questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano […]; chi mandava il cerchio…».
Così, ad esempio, Mario Pratesi (1910) racconta di come i ragazzi santafioresi d’estate amassero «grafolarsi nella strada come su un prato fiorito» e usassero «giocare chiassosamente alle piastrelle, a nocciolino, alla pignattaccia…». Gino Galletti scrive (1913) che i «monelli di strada giocano a soldi, a pennini, a dadi, a carte». Alfio Cavoli, invece, ricorda «le gare di battimuro alle Murella; le partite a piastra davanti alla Porticina; i lunghi pomeriggi consumati nel gioco della nizzola o della tana o della guerra francese in piazza Garibaldi; oppure del cerchio di ferro con la forcina sui lastrici delle strade».
Il gioco delle piastre – pezzi di pietra di forma piatta – era conosciuto fin dall’antichità e talmente diffuso e praticato nel Medioevo da renderne necessaria la proibizione a causa delle scommesse in denaro che vi si accompagnavano. Il gioco del battimuro (ma anche battemura o battemuro, accostino, battino, sottomacoglia e picchiamuro, alla cui tipologia si possono ricollegare anche i giochi di nocciolino, soldi e, probabilmente, pennini) consisteva, come scrive Fatini nel suo Vocabolario amiatino, «nel battere contro il muro dei soldi o dei bottoni in modo che rimbalzando si avvicinino il più possibile al soldo o al bottone di un avversario che si trova per terra. Se la distanza è misurabile col pollice e con l’indice della mano stesi, il tiratore vince.»
La guerra francese (più volgarmente nota come chiapparella) e la tana (o nascondino) sono giochi ancora praticati dai bambini, mentre più raro ormai è il gioco del cerchio, che ha origini antichissime ed è citato da Ovidio, così come quello della pentolaccia (pignattaccia) fortemente radicato nella tradizione rurale maremmana.
La nizzola, conosciuta dovunque con vari nomi locali (nizza, lippa, ecc.), si giocava a squadre con due pezzi di legno, uno più lungo (60-70 cm), la mazza, e l’altro più piccolo (10-15 cm), appuntito ai lati. Con il primo si colpiva la nizzola con l’obiettivo di lanciarlo il più lontano possibile mentre la squadra avversaria cercava di intercettarla e di ritirarla indietro.
Un posto di rilievo tra i giochi popolari tradizionali occupa la ruzzola, che in origine si giocava con una forma di cacio stagionato e, successivamente, con un disco di legno: in età medievale – come mostrano gli Statuti delle comunità – era spesso vietato per gli schiamazzi e la confusione che generava, nonché per le scommesse in denaro che vi si abbinavano.
Comune tra gli adulti, al margine di feste popolari e in occasioni di incontro collettivo accompagnate da discrete bevute di vino, il gioco della morra. Più recentemente, nel periodo natalizio, tra i giochi popolari ha preso campo quello il gioco del panforte di cui non è nota l’origine, ma che conta ormai numerosi estimatori (a Pienza da 13 anni ospita un torneo a tema).
Un patrimonio di giochi dunque quanto mai complesso che spesso ha profondi legami con il territorio, la sua storia e le sue espressioni culturali (si pensi alla ruzzola e alla tradizione della transumanza). Chi abbia mai visto o frequentato il Tocatì di Verona, sa quanto importante possa essere la riscoperta e la riproposizione dei giochi popolari anche come forma di promozione del territorio.
Non c’è dunque che da salutare positivamente il fatto che certe forme di gioco tradizionali siano state recentemente riproposte in occasione di sagre e feste paesane in varie aree della Maremma e c’è anzi da augurarsi che una più compiuta indagine sulla memoria possa contribuire a suggerire altre e nuove occasioni di riscoperta e riproposizione di giochi utili a promuovere momenti aggregativi e culturali che consentano forme di ricongiunzione con la storia, anche ludica e festiva, del territorio.

I giochi della tradizione popolare: un incontro a Manciano
E a proposito di giochi della tradizione popolare si segnala che sabato 11 aprile, alle ore 17, presso la Sala del Consiglio comunale di Manciano è in programma un incontro con Quirino Galli, Direttore del Museo delle Tradizioni popolari di Canepina, che parlerà de L’esperienza del Museo di Canepina, le pubblicazioni e i convegni annuali. Perché la riflessione sui giochi popolari, Angelo Biondi e Lucio Niccolai, studiosi di storia locale, che invece si soffermeranno su I giochi tradizionali tra Maremma e Colline della Fiora.
Introdurrà i lavori Giulio Detti, assessore alla Cultura del Comune di Manciano.

Pietrino con il carrettino ruzzola_1946 panforte