Quando i Longobardi nel periodo “oscuro” dell’Alto Medioevo stanziavano nel ...

Quando i Longobardi nel periodo “oscuro” dell’Alto Medioevo stanziavano nel territorio di Sovana…

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Si intitola “Il Medioevo oscuro di Sovana” ed è un’interessante mostra inaugurata il 2  agosto scorso a Sorano presso il Museo del Medioevo e del Rinascimento (Fortezza Orsini) che presenta (fino al 4 ottobre) le recenti scoperte sulla presenza longobarda nel territorio di Sovana nel periodo “oscuro” dell’Alto Medioevo

La mostra dà conto dei risultati degli scavi compiuti negli ultimi anni presso la località “La Biagiola”, situata nei dintorni di Sovana, dall’Associazione “Cultura e Territorio” di Torino, di cui è presidente l’archeologo Luca Nejrotti, sotto la guida della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana con la vigilanza dell’ispettrice di zona dr.ssa Mariangela Turchetti

di Angelo Biondi

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È stata inaugurata presso il Museo del Medioevo e del Rinascimento nella Fortezza Orsini di Sorano una Mostra dal titolo “Il Medioevo oscuro di Sovana”, che rimarrà aperta fino al prossimo 4 ottobre 2015.
La mostra, corredata anche da un video, dà conto dei risultati degli scavi compiuti negli ultimi anni presso la località “La Biagiola”, situata nei dintorni di Sovana, dall’Associazione “Cultura e Territorio” di Torino, di cui è presidente l’archeologo Luca Nejrotti, sotto la guida della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana con la vigilanza dell’ispettrice di zona dr.ssa Mariangela Turchetti.
Era nota l’esistenza a “La Biagiola” di una villa romana, situata vicino al corso del fiume Fiora, i cui ruderi erano da tempo ben visibili.
Presso questi ruderi il Gruppo Archeologico Torinese aveva individuato e segnalato alcune tombe fin dal 2011, successivamente erano stati fatti alcuni sondaggi, finché la Soprintendenza competente ha deciso di cominciare nel 2012 scavi scientificamente impostati, incoraggiata dalla meritoria disponibilità del proprietario de “La Biagiola” Enrico Santarelli, che come sovanese ha ritenuto opportuno che finalmente fosse portato alla luce uno spicchio del passato dell’illustre città ed i risultati non si sono fatti attendere.
Non solo è stato possibile acquisire cognizioni sulla villa romana, ma ancor più scoprire un cimitero longobardo, apportando così nuove conoscenze per l’Alto Medioevo, questo “periodo oscuro” (o comunque poco conosciuto) del passato sovanese.

Così nuove acquisizioni sono state possibili su fasi storiche poco note della città di Sovana, dopo che la straordinaria scoperta del tesoretto di 498 monete d’oro sotto la chiesa di San Mamiliano ha gettato un potente raggio di luce sul V secolo d.C., facendo comprendere che Sovana, in quell’epoca travagliata dalle invasioni barbariche, aveva ancora una notevole vita economica, basata probabilmente sull’agricoltura e sul commercio con la costa attraverso le valli della Fiora e dell’Albegna, tanto da permettere che qualcuno potesse accumulare ingenti ricchezze come dimostra il tesoretto ritrovato.

La villa romana de “La Biagiola” risale al II-I secolo a.C. e presenta almeno tre fasi costruttive: la prima costituita da un basamento con blocchi di tufo squadrati, la seconda da muri rustici in pietrame, in parte ancora conservati in alzato, la terza fase, più raffinata, in “opus reticulatum”.
Nello scavo della villa, posta al centro di una azienda agricola, sono stati rinvenuti locali destinati alla produzione di olio o di vino, vocazione mantenuta ancora oggi, visto che “La Biagiola” produce un buon vino; è stata trovata anche una moneta romana di età repubblicana con la prua di una nave sul verso.
Nell’ambito delle struttura della villa sono state rinvenute tombe longobarde, che indicano una diversa fase di utilizzazione come cimitero, in un’epoca in cui la villa stessa era stata evidentemente abbandonata.
Molte tombe sono state sconvolte dai lavori agricoli, ma ne sono state ritrovate due vicine ancora intatte, che hanno utilizzato come sponde i muri delle strutture della villa romana e hanno restituito gli scheletri dei defunti e oggetti di corredo.
Ciò ha permesso di datare queste tombe in età longobarda tra la seconda metà del VII secolo d.C. e gli inizi dell’VIII secolo; la datazione è stata confermata anche dall’analisi del radiocarbonio, cui sono state sottoposte le ossa ritrovate.
Le tombe hanno restituito le sepolture sulla nuda terra di tre individui, due uomini ed una donna; infatti una sepoltura presentava due scheletri, di cui non sappiamo se fossero stati sepolti insieme o se si trattasse di due tombe sovrapposte, la superiore delle quali aveva ceduto facendo cadere l’inumato nella tomba sottostante.
L’altra tomba era la sepoltura di un guerriero; in questa sono stati rinvenuti un tipico “scramasax” longobardo (grosso coltello da taglio) con tracce del fodero e di un coltellino ad esso connesso, due fibbie, una chiave di bronzo spezzata e un pettine d’osso e parti di una cintura.
Anche nell’altra tomba sono state rinvenute varie parti di un cinturone a pendenti multipli, pertinente chiaramente al personaggio maschile; questo cinturone è decorato ad agemina, una tecnica tipica dei Longobardi, che utilizzava su una base di ferro fili di ottone e di argento per ottenere decorazioni, che nel caso specifico sono costituite da forme geometriche e zoomorfe stilizzate.
Il cinturone suddetto costituiva un accessorio prezioso, tale da indicare uno stato privilegiato del defunto.
Inoltre queste tombe, oltre a fornirci fondamentali dati cronologici, danno altre preziose informazioni: la presenza di sepolture di donne (ed anche di bambini, di cui si trovano tracce in altre tombe), oltre che di guerrieri, permette di escludere che si tratti di un cimitero solamente militare, mentre il diverso orientamento e talvolta la sovrapposizione di sepolture suggerisce un periodo relativamente lungo dell’uso dell’area cimiteriale.
Le strutture abbandonate della villa romana erano state dunque utilizzate come cimitero per un vicino insediamento longobardo, di cui ancora non si conosce l’ubicazione, ma inserito in quell’area oggi detta dei Pianetti di Sovana, già intensamente sfruttata dal punto di vista agricolo dagli etruschi e poi dai romani; qui passava una strada, che da Sovana, attraverso la via cava di Poggio Prisca, si dirigeva verso i primi contrafforti montuosi di Montebuono e poi più lontano verso l’Amiata, ricca di miniere.
I risultati degli scavi della villa de “la Biagiola” ci restituiscono interessanti dati archeologici, che allargano il panorama dell’insediamento longobardo nel sovanese in quel periodo “oscuro” dell’Alto Medioevo, di cui abbiamo scarsa conoscenza, anche se sono note alcune notizie, fornite fortunatamente dallo straordinario Archivio dell’Abbazia di San Salvatore del Monte Amiata.
Sappiamo che la città di Sovana fu conquistata dei Longobardi alla fine del VI secolo d.C. forse in maniera non traumatica, come sembra adombrare una lettera di papa Gregorio Magno del 592; il pontefice infatti chiedeva a due capi militari bizantini di verificare se i sovanesi avevano avviato trattative con Ariulfo Duca longobardo di Spoleto, che si trovava a Narni e stava ammassando le sue truppe in vista di un’incursione nei territori laziali e verso Roma.
È probabile che i sovanesi, per evitare distruzioni e rovine alla loro città come era accaduto a molte altre, compresa la vicina Saturnia completamente devastata pochi anni prima, abbiano preferito trattare la resa.
Dopo la conquista Sovana divenne centro di una circoscrizione o “iudiciaria” longobarda e sede di un gastaldo, amministratore per conto del Re, e nel suo territorio si insediarono i Longobardi invasori, sfruttando la popolazione soggiogata.
I Longobardi infatti non intendevano abitare nelle città conquistate, ma preferivano vivere in piccoli gruppi nelle campagne, meglio ancora se in zone boscose come quelle da cui provenivano.
Un insediamento longobardo nel sovanese fu probabilmente all’Elmo, sede di una “centena”, secondo i documento dell’Abbazia Amiatina.
Ora i dati archeologici dei recenti scavi ci dimostrano che nel territorio sovanese un insediamento longobardo si localizzò nei pressi de “La Biagiola”, facendo il paio con un altro a San Martino, sull’altra sponda del fiume Fiora; a San Martino infatti nel 1924, scavando i fondamenti di una casa, fu trovata una tomba longobarda (o forse due), che restituì, secondo quanto dice Evandro Baldini, allora Ispettore Onorario della Soprintendenza Archeologica, “i frammenti decorativi di una armatura placcati in oro” (forse resti di un cinturone di un guerriero).
La scoperta delle tombe longobarde de “La Biagiola” ci permette di ipotizzare che i due insediamenti rurali, situati sulle due sponde del fiume e costituiti da guerrieri e dalle loro famiglie, servivano probabilmente anche a sorvegliare l’antica via che passava nella valle della Fiora nei pressi di Sovana e metteva in comunicazione il mare di Vulci con l’Amiata.

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