Don Ippolito Corridori, ricordo di un parroco studioso che ha onorato la...

Don Ippolito Corridori, ricordo di un parroco studioso che ha onorato la nostra Terra

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C’è modo e modo di fare il sacerdote. Lui lo ha fatto da uomo di fede e da studioso onorando la nostra Terra. Parliamo di Don Ippolito Corridori arciprete-parroco per oltre 50 anni a Semproniano, dove è morto il 7 giugno 2013. Curioso, attento e rigoroso, ultimo amanuense, ha restituito dignità storica alle terre di Maremma dall’Amiata al Tirreno

L’epigrafe sulla sua tomba “Per oltre mezzo secolo parroco e amico di questo Popolo”, da lui voluta, è bellissima. È la sintesi della sua vita straordinaria, in cui l’amore in Cristo si è fatto amore per i suoi simili e per il creato, espressione di Dio

di Gilia Pandolfi*

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A queste pagine, proprio perché voci autorevoli della Maremma, l’Associazione Cella Culturale Sancti Miniati affida il ricordo di una cara, grande figura di parroco e di studioso che ha onorato la nostra Terra.
Don Ippolito era nato a Vallerona di Roccalbegna il 2 febbraio 1921. Maturata la sua vocazione al sacerdozio, iniziò gli studi a Pitigliano e li completò nel Pontificio Seminario Regionale “Santa Maria della Quercia” a Viterbo. Sacerdote per nove anni a Poggio Capanne – Poggio Murella, dal 1° maggio 1956 fu arciprete-parroco a Semproniano, dove è morto il 7 giugno 2013.
Studioso attento e rigoroso, ultimo amanuense, ha restituito dignità storica alle terre di Maremma dall’Amiata al Tirreno. Ne ha scoperto tesori di arte e di cultura con una intelligente lettura delle carte d’archivio e delle fonti documentali. Ha lasciato una preziosa eredità di studi, un lavoro monumentale, che rimane a ricordare lo studioso solitario, purtroppo poco conosciuto, e che testimonia il valore storico, artistico, culturale e devozionale di una terra troppo spesso sottovalutata.
Parroco, era a imitazione di Cristo un Buon Pastore: sapeva ascoltare, consigliare, sostenere, correggere con sapienza, garbo, arguzia, sempre con franchezza.
Severo ministro di culto: nulla doveva essere mai fuori posto, perché “la fede ha bisogno di decoro e di amorosa attenzione”.
Era così trascinante il suo esempio di carità, di bontà da incantare anche coloro non proprio religiosi in senso stretto.
È stato un privilegio averlo conosciuto e averne goduto l’amicizia.
La nostra Associazione sente la mancanza dei suoi consigli; oggi più di sempre avremmo bisogno del suo paterno incoraggiamento.
Quando andammo a trovarlo nella “Casa Albergo per Anziani” di Semproniano, ormai non parlava più, ma i suoi limpidi occhi azzurri, vivaci come sempre, ci accolsero con gioia, con calore umanissimo, e sorridevano.
Gli consegnammo in regalo la piccola guida ai sentieri intorno a Roccalbegna di Luigi e Federica, con significative fotografie e itinerari ben disegnati. Sfogliava il piccolo libro, annuiva, sorrideva nel riconoscere i luoghi, si stupiva, ringraziava con gli occhi.
Tre giorni dopo ci lasciò.
Mi consola ripensare quella sua gioia: era come se la sua terra natia fosse venuta a salutarlo con i caldi affetti della fanciullezza e dell’adolescenza, come a chiudere il cerchio di una vita meravigliosa.
Tante volte mi ha ricordato episodi dei suoi primi anni, quando, scolaretto, per sentieri campestri scendeva a Roccalbegna, nella “grande città”, con i suoi imponenti palazzi.
Da lontano, quando la scorgeva, il cuore gli batteva per l’emozione di andare in città, per la bellezza austera e misteriosa della natura, per il suono delle campane, la campangrossa con la sua potente voce e le altre squillanti del campanile piccolo della chiesa dei SS. Pietro e Paolo.
Sensazioni ed emozioni mai dimenticate che commuoveva il suo cuore di bambino. Divertito, ricordava sorridendo quando con il somaro carico di sacchi di grano da Vallerona saliva alla Pianona per macinare. Occorrevano ore per la molitura e nel molino passava molto tempo con il burlone mugnaio Aristotile (era il mio nonno) che lo faceva dire.
Il somarello di famiglia è il protagonista di un altro viaggio che segnò la sua vita. Alla pagina 513 del volume “La Diocesi di Pitigliano – Sovana – Orbetello” don Ippolito annota: “partito a piedi da Vallerona alle ore 4 del 19 settembre in compagnia del fratello Pietro e del somarello di famiglia, carico di bagagli, percorrendo antiche strade scorciatoie e passando a guado i fiumi Albegna e Fiora, raggiungemmo Pitigliano alle ore 21. La stanchezza si fece sentire per molti giorni…”.
Dopo i primi nove anni di nomina a Poggio Murella, il 1° maggio 1956 viene nominato parroco a Semproniano, dove è morto 57 anni dopo.
L’epigrafe sulla sua tomba “Per oltre mezzo secolo parroco e amico di questo Popolo”, da lui voluta, è bellissima. È la sintesi della sua vita straordinaria, in cui l’amore in Cristo si è fatto amore per i suoi simili e per il creato, espressione di Dio.
Racconta Loris Danesi, per il quale Don Ippolito è stato guida spirituale, amico, maestro per oltre mezzo secolo, che nel 1956 al suo arrivo a “Samprugnano” – così si chiamava il paese prima che don Ippolito gli restituisse il prediale corretto di Semproniano – aprì la canonica al popolo per ascoltarne i bisogni e uscì fra la gente per collaborare alle molte iniziative del paese: la costituzione del Comune autonomo da Roccalbegna, la fondazione e la partecipazione come membro al collegio sindacale della società cooperativa che ha creato la “Casa Albergo per Anziani”, un’opera bella, di grande valore spirituale e sociale.
Infiniti altri interventi per il suo popolo ricorda Loris Danesi. In particolare, da una sua memoria: “… nulla ha lasciato al caso o tralasciato in questo suo lungo esercizio sacerdotale: ministro di culto attento e scrupoloso, amministratore oculato e valorizzatore infaticabile del patrimonio affidato alle sue cure, ha trovato anche lo spazio per collaborare alle varie istituzioni paesane”. “In mezzo ai suoi impegni, sempre crescenti e onerosi,… passava le sue ore libere a trascrivere notizie… felice quando scopriva qualche segreto. Egli soleva ripetermi: tutto è custodito nei reperti, basta saperli interrogare ed essi sono pronti a rivelarci i loro segreti”.
Ho conosciuto don Ippolito prima dai suoi scritti; personalmente, quando tenne una piacevole e dotta conferenza nella chiesa parrocchiale di Roccalbegna. Mi avvicinai a lui per congratularmi, ma nella sua modestia non teneva alle lodi: aveva già la mente altrove. “Ma si può avere un biscotto salato?” mi chiese con aria complice.
Sono rimasta incantata dalla sua sorprendente giovinezza, dalle doti non comuni della sua mente e del suo cuore.
Lo stupore ricordo. E la meraviglia che Don Ippolito sapeva trasmettere a chi ascoltava le storie del nostro territorio rubate alla polvere e al silenzio di secoli. I suoi racconti fanno rivivere la realtà della nostra comune terra di Maremma attraverso editti imperiali o papali, controverse spartizioni feudali, brighe tra signori e monasteri.
E non solo: in questa realtà ritrovata si muove la piccola gente di tutti i giorni, semplice ed effimera, con la sua presenza nei contratti di livello, di enfiteusi, nelle vane suppliche ai potenti per i guai provocati dalla natura, la fame, le carestie, le siccità, le malattie, le razzie dei vicini prepotenti che tutto portan via, arnesi, utensili quotidiani, madie e persino la campana. Si leva la voce dolente di un’umanità indifesa, che non ha mezzi per sopravvivere. Su tutto il potere consolatore delle pievi, unico conforto morale e logistico in un mondo sconvolto in cerca di nuove regole di vita quotidiana e trascendentale.
Don Ippolito di questa Alta Maremma traccia strade sassose per andare ai campi, ai mercati, ai villaggi vicini, al raccordo con la Via Francigena al tempo della potente rinascita medievale.
Parla di confini, di pascoli, di terre bandite in una realtà economica comunitaristica, di opifici, di castelli, di pievi, di cappelle…
Racconta attraverso i documenti di archivio come piano, piano si sia organizzata l’antica gente romana e quella longobarda dominatrice.
Mirabili, preziose le ricerche che consentono di seguire la nascita della piccola città di Rocca Albigna, data per data, nelle delibere della Repubblica Senese dei Nove e nelle puntuali, veloci testimonianze dei lavori di adattamento del territorio, del completamento delle mura, corredate dalle ricevute delle paghe dei mastri e dei manovali impegnati nell’opera.
Gli elenchi dei bambini battezzati, le relazioni sulle visite pastorali, veri e propri gioielli, ci consentono di ricostruire il tessuto umano, sociale, economico di ogni realtà della nostra Diocesi.
Un lavoro di ricerca immenso, una preziosa testimonianza delle vicende che interessano tutto il territorio della Diocesi di Sovana, fin nei piccoli particolari di chiesette e di luoghi sperduti e sconosciuti.
Un dono di Monsignor Ippolito, un omaggio alla memoria della sua, della nostra terra di Maremma, condotto con uno studio rigoroso eppure semplice nel racconto, animato dalla curiosità e dalla gioia della scoperta.
Le notizie di archivio diventano così una realtà fabulosa, ma la meraviglia che le fa rivivere si accompagna sempre al rigore della ricerca attenta e scrupolosa.
Una cara persona Monsignor Ippolito Corridori, semplice, affidabile, generosa di suggerimenti, di consigli, di incoraggiamenti.
Egli ha arricchito gli spiriti con la sua scienza, ha guidato le anime con la sicurezza della sua fede, ha avuto pietà per le sofferenze del corpo, per la vecchiaia, per l’abbandono.
*Presidente dell’Associazione
Culturale “Cella Sancti Miniati”
di Roccalbegna

Foto di Don Ippolito