La Maremma nella Divina Commedia” raccontata dal Sommo Poeta

La Maremma nella Divina Commedia” raccontata dal Sommo Poeta

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Non sono pochi i passi in cui Dante Alighieri parla della nostra terra la Maremma, dipinta come impervia e nefasta, nella sua opera più conosciuta, ovvero La Divina Commedia: cosa non strana dal momento che egli fu un orgoglioso Toscano e che non perse mai occasione di parlare della sua patria sotto i più vari aspetti, dal politico allo storico…

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DI LETIZIA AGGRAVI

Nel viaggio tra i regni ultramondani, allegoria del cammino dell’uomo dal peccato alla redenzione e al ricongiungimento con Dio, il viator Dante è sì l’Everyman, ma allo stesso tempo è anche quel Dante Alighieri, orgoglioso figlio di Firenze, il poeta e l’attivista politico in triste esilio dalla madrepatria. Nella storia universale del poema risuona sempre in controcanto quella particolare, unica e personalissima, dell’autore, fiero Toscano; non a caso Farinata, in If X, appellerà il pellegrino come il “Tosco che per la città del foco/ vivo” se ne va, riconoscendo nella sua “loquela” il “manifesto” della sua origine fiorentina.
Nel corso della narrazione, della Toscana coeva il lettore potrà conoscere personaggi e luoghi, storia e politica; e tra gli infidi intrighi e le sanguinarie lotte fratricide che laceravano Firenze e le altre città toscane, nel più grande scontro che divideva Papato e Impero, Dante racconta, in pochi luoghi famosi, anche della Maremma, dipingendola come una terra impervia e nefasta. Anch’essa è vittima della corruzione e della decadenza politica che imperversa in tutta Italia: i suoi potenti padroni, i conti Aldobrandeschi di Santa Fiora sono ormai decaduti, schiacciati dalla potenza del giovane comune di Siena; “e vedrai Santafior come è oscura!” inveisce il poeta contro l’imperatore Alberto I nel celeberrimo compianto sull’Italia contemporanea di Pg VI (“Ahi serva Italia, di dolore ostello […]”). È lo stesso Omberto Aldobrandeschi, curvo sotto il “sasso/ che la cervice sua superba doma”, ad ammettere quale fu il “malanno” suo e della sua casata: l’alterigia nobiliare, quell’arrogante orgoglio per “l’antico sangue e l’opere leggiadre” strenuamente difeso fino a morirne e che ora sconta sul monte del Purgatorio.
La Maremma del Medioevo era una landa inospitale e selvaggia, coperta di macchie impenetrabili e acquitrini insalubri. Quando Dante descrive la selva dei suicidi, il girone infernale dove i violenti contro sé stessi subiscono la penosa punizione della trasformazione arborea, il termine di paragone immediato è il lucus maremmano, richiamato dai suoi limiti estremi Cecina e Corneto:
“[…] noi ci mettemmo per un bosco/ che da neun sentiero era segnato./ Non fronda verde, ma di color fosco;/ non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;/ non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco:/ non han sì aspri sterpi né sì folti/ quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno/ tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.”.

Versi celebri nel quale la sapiente allitterazione di suoni aspri e duri e l’involuto andamento sintattico evocano l’aspetto stesso della foresta stregata, che di certo nelle menti dei lettori contemporanei si concretizzava nell’immagine reale dell’intricata e perigliosa macchia di Maremma.
Le distese paludose, mefitiche apportatrici di malaria, sono rappresentate quasi metonimicamente dai suoi viscidi abitanti, le bisce che infestano la groppa del centauro Caco nella bolgia dei ladri: “Maremma non cred’io che tante n’abbia” asserisce il poeta alla vista della grottesca creatura che “pien di rabbia” galoppa portandosi per di più sulle spalle un drago sputa fuoco.
La triste fama di luogo insalubre è poi ricordata in If XXIX, quando Dante descrive gli orrori della decima bolgia, dove tra il chiasso assordante delle urla di dolore e il puzzo nauseante di “marcite membra”, i falsari scontano la propria dannazione eterna affetti da terribili malattie: un tale spettacolo di sofferenza non si vedrebbe neppure se “de li spedali,/ di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre/ e di Maremma e di Sardigna i mali/ fossero in una fossa tutti ‘nsembre”.
Nel Medioevo la Maremma era lungi da divenire la pittoresca e lussureggiante terra alla quale i nostri occhi moderni sono abituati; la fama di luogo nefasto era così condivisa da divenire perfino un’antonomasia. Sembra in questo senso confermare nuovamente la sua cattiva reputazione l’oscura storia di amore e morte che qui ebbe luogo, narrata dalla sua stessa protagonista, uno dei più misteriosi e suggestivi personaggi della Commedia: Pia dei Tolomei. La sua esistenza nel poema si consuma in soli sette densissimi versi; dopo le storie di violenza e di sangue di Iacopo del Cassero e di Bonconte da Montefeltro, si alza flebile una timida voce che premette alla sua indiretta richiesta di una preghiera di suffragio l’attenzione affettuosa che il pellegrino, prima di esaudire il suo desiderio, possa trovare riposo dalle fatiche del viaggio:
“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,/ e riposato de la lunga via”,/ […] Ricorditi di me, che son la Pia”. Una delicatezza pudica e discreta, squisitamente femminile, che fino all’ultimo rimane reticente sulla sua storia, un torbido mistero di cui è a conoscenza solo il marito, il probabile colpevole della sua fine violenta:
“Siena mi fé, disfecemi Maremma:/ salsi colui che ‘nnanellata pria/ disposando m’avea con la sua gemma”. Lo splendido chiasmo iniziale dispone in perfetta specularità le due terre che segnarono gli estremi della vita dell’infelice spirito; e, la Maremma, accostata a quell’evocativo e denso verbo del disfacimento, è nuovamente il nero luogo della morte e del sangue.

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Lo scritto è a firma di Letizia Aggravi, neo laureata in Filologia moderna che, costretta a casa dall’emergenza Coronavirus, ha voluto dedicare un po’ del proprio tempo alla stesura di un servizio che lega due suoi grandi amori: Dante e la Maremma