La Maremma ed il mito dei Butteri

La Maremma ed il mito dei Butteri

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Foto Giovanni Rossetti
L'EDITORIALE DEL NR. 6 DI AGOSTO 2019
DEL DIRETTORE CELESTINO SELLAROLI

Ma i Butteri esistono davvero? Partiamo da qui, da questa semplice domanda, che talvolta viene fatta dai turisti, per affrontare un tema, di cui spesso si parla anche nei salotti buoni della città di Grosseto, ovvero quello della sovraesposizione di questa figura rispetto alla sua reale presenza nella realtà. Una sorta di leggenda metropolitanache ammanta il territorio, ma ormai fuori dal tempo.
Indubbiamente, il tema è attuale, perché nell’iconografia classica la Maremma è ancora identificata – forse forzatamente – come la “terra dei Butteri”. Un mito, duro a morire, che si è creato nel corso dei secoli, tanto da stratificarsi lungo il percorso della storia fino ai nostri giorni.
Ne parliamo prendendo spunto dalla copertina di questo mese. Ed anche facendo riferimento alle tante inziative che si svolgono in provincia di Grosseto finalizzate a riproporre questa antica figura che nell’immaginario collettivo contraddistingue ancora oggi questo angolo di Toscana. In effetti, soprattutto nel periodo estivo, le rappresentazioni tese a dare risalto all’antico lavoro dei cowboys nostrani non mancano. Ce ne sono sempre di più. In certi casi riescono meglio, in altri peggio. Talvolta sono così fedeli al mito tanto da sembrare “vere”. Trattasi di appuntamenti davvero particolari che hanno il pregio di catapultare, chiunque vi assiste, in un mondo passato, oggi scomparso, ma ancora vivo nella memoria e che proprio per questo merita di essere salvaguardato e perché no riproposto a chi vuole riscoprire una Maremma d’altri tempi.
L’intento – certamente nobile – è in ogni caso quello di riproporre, in chiave turistica, quest’icona e trasformarla in un momento di incontro e approfondimento: uno spettacolo, più o meno autentico, dedicato ad uno dei miti, sicuramente quello più conosciuto, della nostra amata Maremma.
Queste figure, divenute leggendarie, iniziarono a diffondersi nel XVIII secolo, quando era in voga una forma di allevamento prevalentemente improntato all’utilizzo dei grandi spazi aperti, dove i branchi di bovini e cavalli, tenuti allo stato brado, venivano custoditi appunto dai butteri. Quella del buttero era una vita difficile e faticosa che lo costringeva a subire i capricci del tempo, le intemperanze climatiche e le difficoltà ambientali lungo tutto l’arco dell’anno, fatto di lunghe giornate in sella al cavallo per accudire la mandria, unica fonte di sussistenza.
Le necessità dettate da un così particolare lavoro svilupparono ed affinarono una serie di tecniche indispensabili per trattare animali selvaggi (per lo più bovini, ma anche cavalli, che servivano da mezzo di trasporto e da lavoro) e che ben presto si trasformarono in arte e poi in una vera e propria cultura. Insieme a questo nuovo mestiere, che divenne col tempo uno stile di vita, si affermò e si consolidò l’immagine, ormai mitizzata, del buttero maremmano, vero e incontrastato re delle grandi pianure. Piano piano la “nobile arte” prese a tramandarsi come un segreto di famiglia e la figura del Buttero divenne un’icona eletta a simbolo di questa terra.
Fin qui la storia. Ma oggi il mondo è cambiato. La scomparsa del latifondo, l’avvento massiccio della meccanizzazione e il cambiamento delle esigenze del mercato, hanno trasformato il quadro economico e sociale. Le aziende con bestiame allo stado brado si sono ridotte sempre più, per cui gioco-forza anche la figura del Buttero è diventata sempre più marginale.
E allora per tornare alla domanda iniziale. I Butteri esistono davvero? Ebbene, la risposta è no. I Butteri veri – salvo poche sparute unità – non esistono più. Ma esiste la memoria. E la voglia di non disperderla, perché lì affondano le nostre radici. Esiste un rimasuglio di tradizione che è bene non far morire, ma che non è neppure il caso di elevare a simbolo di una terra. La Maremma è pronta a guardare al futuro, piuttosto che al passato. Certo, riproporlo e farlo conoscere è utile affinché il ricordo non si perda nell’oblio del tempo. Ma lo spirito di queste rappresentazioni deve essere la rilettura, senza forzature, la rievocazione alla “C’era una volta…”, vista come un ponte tra una Maremma antica e rude e una Maremma attuale avviata verso la modernità.
Insomma, se da un lato guardare al futuro significa anche capire e rivivere i tratti di un passato che ci ha portato ad essere ciò che siamo oggi, dall’altro è necessario anche sapersi affrancare dalle semplificazioni e dalle mitizzazioni esasperate ed essere sinceri nell’ammettere che parliamo di un mondo che oggi non c’è più e che mai potrà ritornare…